Rapporti da chiarire tra residenza fiscale in Italia e COVID-19

Rapporti da chiarire tra residenza fiscale in Italia e COVID-19

Rapporti da chiarire tra residenza fiscale in Italia e COVID-19 150 150 Studio Infranca

di Giorgio Infranca e Pietro Semeraro

l 3 dicembre il MEF ha risposto all’interrogazione parlamentare n. 5-04654 in Commissione Finanze della Camera, relativa a quali iniziative il Governo intenda adottare, in termini di residenza fiscale, con riguardo a quei lavoratori italiani residenti all’estero e iscritti all’AIRE, rientrati temporaneamente in Italia e ivi rimasti a causa dell’emergenza COVID-19.

Le eccezionali restrizioni causate dai periodi di c.d. lockdown attivati, a partire dall’inizio del 2020, potrebbero infatti aver influenzato la durata dei soggiorni in Italia (o all’estero) dei contribuenti in mobilità internazionale. Allo stesso modo, le conseguenti cause di forza maggiore di natura sanitaria, lavorativa, personale o familiare potrebbero aver ulteriormente influenzato le decisioni e i comportamenti dei contribuenti.

La straordinarietà dei suddetti spostamenti rischia di produrre importanti conseguenze di natura fiscale in capo ai numerosi contribuenti interessati.
Si ricorda infatti che, ai sensi dell’art. 2 del TUIR, sono considerati fiscalmente residenti in Italia coloro che per la maggior parte del periodo d’imposta (ovvero 183/184 giorni nell’anno solare) risultano alternativamente: iscritti nelle anagrafi della popolazione residente, abbiano nel territorio dello Stato il domicilio (centro principale degli affari ed interessi) o la residenza (dimora abituale).

L’OCSE, all’interno delle raccomandazioni pubblicate il 3 aprile 2020 (“OECD Secretariat Analysis of Tax Treaties and the Impact of the COVID-19 Crisis”) ha evidenziato che i richiamati periodi di soggiorno forzato, in funzione delle citate restrizioni e/o di comprovate necessità sanitarie, lavorative, personali, o familiari, non dovrebbero essere considerati quali normali comportamenti attribuibili alla volontà del contribuente né rappresentare, seppur in via straordinaria, elementi significativi ai fini dell’individuazione della residenza fiscale di un contribuente trasferitosi temporaneamente in un altro Paese.

L’Italia, sino a oggi, non ha adottato alcuna specifica indicazione in materia.
In assenza di esplicite disposizioni derogatorie ai criteri di residenza fiscale, pertanto, i contribuenti che hanno trascorso in Italia più di 184 giorni potrebbero essere costretti, nell’anno di imposta 2020, ad assoggettare a tassazione nel nostro Paese tutti i redditi prodotti nel mondo, proprio in forza dell’art. 2 del TUIR.

Con l’interrogazione in discorso si chiedeva dunque al MEF di chiarire “quali iniziative intenda adottare [il Governo] per garantire ai cittadini iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) di non vedere compromesso il proprio status di residenza fiscale all’estero in ragione di un più prolungato periodo di permanenza in Italia nel corso del 2020, considerato che sia la mobilità nazionale che internazionale hanno risentito e continuano a risentire delle misure di contenimento del Covid-19”. Secondo gli interroganti, sarebbe opportuno “un pronunciamento che rimandi al 2021 l’applicazione della regola secondo la quale risulta acquisita la residenza fiscale in Italia una volta trascorsi 183 giorni nel Paese”.

Come anticipato, il Ministero ha dato risposta, ma il suo contenuto non pare perfettamente in linea rispetto al quesito.
Il MEF, infatti, si limita a richiamare il concetto di residenza convenzionale e tenta di risolvere la questione invocando i criteri previsti dall’art. 4 del Modello di Convezione OCSE (cioè abitazione permanente, centro degli interessi vitali, soggiorno abituale, nazionalità), che servono per dirimere i conflitti di residenza.
In particolare, secondo il Ministero, il prolungamento involontario, da parte di una persona fisica non residente in Italia, del periodo di soggiorno nel nostro Paese a causa della pandemia, non dovrebbe determinare una variazione di residenza ai fini convenzionali, posto che, applicando il criterio (convenzionale) del “soggiorno abituale”, si dovrebbe escludere il radicamento in Italia della residenza fiscale.

La risposta, come detto, non sembra cogliere nel segno perché l’applicabilità dei criteri previsti dall’art. 4 del Modello di Convezione OCSE presuppone la sussistenza di una doppia residenza, determinata secondo le normative domestiche dei due Stati contendenti…

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