Nuova stretta dell’Agenzia sul regime degli impatriati post distacco

Nuova stretta dell’Agenzia sul regime degli impatriati post distacco

Nuova stretta dell’Agenzia sul regime degli impatriati post distacco 150 150 Studio Infranca

di Giorgio Infranca e Pietro Semeraro


L’applicabilità del regime degli impatriati ai lavoratori distaccati all’estero è stata, sin dall’entrata in vigore della norma, oggetto di acceso dibattito.

L’art. 16 del DLgs. 147/2015 non tratta esplicitamente la posizione dei lavoratori distaccati, a differenza del previgente regime di cui all’art. 3, comma 4 della L. 238/2010 che, invece, ne escludeva l’applicazione.
In una prima fase, anche con riguardo al nuovo sistema, l’Agenzia delle Entrate (circ. n. 17/2017) aveva ritenuto che i lavoratori rientrati in Italia a seguito di distacco all’estero non potessero godere del beneficio, in quanto la loro posizione lavorativa si poneva in continuità con quella ricoperta in Italia prima del trasferimento.

Tale interpretazione restrittiva è stata successivamente superata dalla stessa Amministrazione con la risoluzione n. 76/2018 la quale, a seguito di una più approfondita analisi del fenomeno del distacco all’estero, ha individuato taluni casi esemplificativi ritenuti idonei a provare che il rientro in Italia post distacco sia in linea con la vis attrattiva della norma e, pertanto, agevolabile.

In particolare, secondo l’Agenzia, il beneficio sarebbe applicabile quando:
– il contratto di distacco sia stato più volte prorogato e abbia avuto una durata nel tempo sufficientemente lunga da ritenere che il lavoratore si sia effettivamente radicato all’estero;
– al rientro in Italia il dipendente assuma un ruolo aziendale differente, non in continuità con quello ante distacco, in ragione delle maggiori competenze acquisite all’estero.

Tale posizione è stata negli anni successivi più volte confermata.
L’interpretazione post risoluzione n. 76/2018 è da subito parsa più equilibrata e coerente con le peculiarità del moderno mercato del lavoro. Specie nell’ambito delle società multinazionali, infatti, il distacco all’estero rappresenta una prassi molto utilizzata, anche in ottica di crescita dei lavoratori, che si traduce in un vero e proprio trasferimento all’estero dell’expat, assieme alla sua famiglia, per la durata di svariati anni, al fine di acquisire importanti esperienze presso la consociata estera, che consentono al lavoratore, al rientro in Italia, di accedere a un ruolo aziendale diverso e superiore rispetto a quello rivestito prima del distacco, pur restando, per mere questioni di opportunità (anche connesse ai trattamenti previdenziali), solo formalmente legato alla subsidiary italiana.

In sostanza, quindi, per la risoluzione n. 76/2018 (e per gli uffici periferici, che si sono frequentemente allineati alla posizione), l’accesso al regime restava precluso per quei lavoratori che rientravano in Italia per mera scadenza del periodo di distacco, mentre, in presenza di distacchi duraturi e “qualificanti”, il beneficio risultava applicabile.

Sebbene sembrasse che sulla questione si fosse ormai raggiunto un definitivo punto di equilibrio, la circolare n. 33 del 2020 ha, purtroppo, nuovamente rimescolato le carte, con una stretta, francamente, discutibile..

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